ATTILA ERA VERAMENTE IL “FLAGELLO DI DIO”?

Storia tratta da “Terra Promessa” di Paolo Tittozzi – 4 min di lettura
          Gli Unni erano un popolo di predoni nomadi di origine mongola. Verso la fine del IV° secolo questo popolo si muove, forse per fame, dalle steppe della Mongolia e della Siberia verso ovest, nel vastissimo territorio che si estende dal mar Caspio al mar Baltico e rotolarono  nell’Europa centrale incorporando tutte le tribù barbariche dell’Europa nord-orientale: i Germani, gli Alemanni, i Gepidi, gli Slavi, gli Unno-Finnici e i Goti, tutti popoli che condividevano, almeno in parte, il loro istinto nomade sino a  diventare più numerosi degli Unni stessi e siccome molti di questi avevano qualche nozione di agricoltura, l‘avanzata nomade rallentò la propria discesa. Nel 433 Rua, il re che aveva guidato gli Unni oltre il Volga, sino al cuore dell’Ungheria, muore e lascia sul trono ai suoi due nipoti: Attila e Bleda e una capitale, Aetzelburg che era un villaggio di effimere catapecchie vicino l’attuale Budapest dove si mescolavano capitribù mongoli, bassi e di pelle gialla, con i re delle tribù tedesche e finniche, alti biondi e con gli occhi azzurri e naturalmente nessuno di questi popoli avevano una lingua scritta, non esistevano leggi e nulla che potesse somigliare a un’organizzazione civile o sociale.

          Dopo una decina d’anni di regno in comune, Bleda muore, non si sa come, ma dei forti sospetti gli storici ce l’hanno, per cui Attila nel 444 rimane unico re degli Unni, con i Goti che rappresentano la spina dorsale del suo esercito.
Qualcuno si è permesso di paragonare Attila ad Annibale o a Napoleone: niente di più falso. Costui era di certo un uomo scaltro, crudele e superstizioso, ma non un grande condottiero e non aveva con sé neanche un esercito nel senso tradizionale del termine. Si portava dietro un’orda di circa settecentomila persone, ovvero una comunità nomade di cacciatori e predatori spinti dal miraggio del saccheggio, appesantiti da infiniti carri trainati da buoi sui quali portavano le proprie famiglie, la sussistenza e il bottino via via raccolto. Di questo strano esercito, gli Unni costituivano la cavalleria, mentre le tribù germaniche dell’Europa nord-orientale erano la meno nobile fanteria: nelle grandi battaglie in cui Attila si trovò impegnato, molte le perse e altre non le vinse.
          I confini nord-orientali dell’Impero romano erano presidiati dai “Limes di difesa” ovvero un insieme di fortificazioni fatte con palizzate di legno e muri in pietra con torri di avvistamento e di difesa e ingressi  posti a varie distanze, presidiate da legioni romane e da truppe romano-barbariche. Nel 450 questi “Limes” furono travolti da Attila che iniziò la sua invasione dell’Impero partendo anche allora dal Belgio: Hitler non ha inventato nulla.

          Documentazioni scritte di questo tsunami ce ne sono poche, perché i cronisti della Chiesa dell’epoca invece di darci la cronaca dei fatti hanno ridotto l’invasione a una filastrocca di miracoli che non hanno certo impedito ad Attila di saccheggiare e distruggere l’una dopo l’altra tutte le città e villaggi della Germania e della Francia, compreso quel piccolo villaggio che allora era Parigi.
L’impero d’occidente comunque non rimase inerme e nel giugno 451, nella Francia settentrionale l’esercito romano, capitanato dal generale Ezio, affronta Attila e le sue orde barbare nella battaglia dei “Campi Catalauni” dove i due eserciti si affrontano con enormi dispiegamenti di forze. Sul fronte romano Ezio occupa l’ala destra mentre l’alleato Teodorico, re dei Visigoti, tiene l’ala sinistra, contro un fronte avversario che vedeva Attila e i suoi Unni occupare la posizione centrale, il lato destro era presidiato dai Gepidi e numerose altre tribù, e alla sinistra dagli Ostrogoti: questa fu forse una delle più feroci battaglie vissute fino ad allora dall’esercito romano dove morirono oltre 50.000 uomini in un’immensa carneficina. Tra Unni ed esercito romano ci sono stati dei combattimenti mostruosamente spietati e in quel frangente muore anche il re dei visigoti, Teodorico. Altrettanto spietato è lo scontro tra Ostrogoti e Visigoti, storici avversari dalle comuni origini gote, si affrontano con tutta la rabbia e la forza di cui sono capaci, i Visigoti hanno la meglio, facendo arretrare gli Ostrogoti al punto da mettere in pericolo tutto lo scacchiere difensivo di Attila. Quest’ultimo, abituato a combattere delle battaglie caratterizzate da fulminei raid che l’avevano reso famoso, questa volta però non può contare sul fattore sorpresa, deve pensare ad attaccare e a difendersi in contemporanea, modalità guerresca molto più congeniale all’esercito romano. Ezio vorrebbe portare il conflitto per le lunghe, attuando un assedio al campo avversario e impedendo agli Unni i rifornimenti, indispensabili non solo per le truppe, ma soprattutto per l’orda immensa che si portavano dietro. Tuttavia oltre a essere un abile comandante, Ezio era anche un uomo politico  per cui, dal suo punto di vista, se gli Unni fossero stati completamente annientati i Visigoti, suoi potenti alleati, forti del successo militare ottenuto sul campo, avrebbero acquisito troppa importanza e rotto i precari equilibri all’interno del  “palazzo”. Pertanto Ezio progetta un equilibrio politico incomprensibile tramutando una vittoria schiacciante in un “pareggio” progettato a tavolino le cui conseguenze fu che:
  • Attila è costretto a ripiegare perché sonoramente sconfitto, ma può farlo con ordine, senza che l’esercito romano-visigoto lo incalzi evitando così la sua rovina;
  • L’Impero Romano d’Occidente, ancora insediato al potere, acquisisce la consapevolezza che non è in grado di agire senza solide alleanze;
  • I Visigoti ottengono ciò che aspettavano da generazioni, ovvero un posto da chiamare casa e la consapevolezza che i romani non li avrebbero più considerati dei “barbari”.
          Questa sintesi studiata da Ezio, che rimane per gli studiosi un mistero ancora irrisolto, permetterà ad Attila, dopo il disastro dei Campi Catalunici, di leccarsi abbondantemente le ferite e, nella primavera del 452, tornare di nuovo in campo facendo rotta sull’Italia dove era quasi sicuro che i Visigoti non sarebbero intervenuti a dar man forte all’esercito romano. La sua orda rotola giù per le Alpi Giulie e la pianura veneta, ma contro Attila non si para davanti alcun esercito, la gente fugge, le città gli aprirono le porte, tuttavia queste vengono saccheggiate, ma non distrutte. Man mano che Attila risale il Po, la sua rabbia di conquista si addolcisce, forse la bellezza delle città italiane, molto superiore a tutto ciò che Attila avesse mai visto, lo aveva intimorito. L’orda degli Unni giunge fino a Pavia ed Attila si ferma. Forse sarà stato il suo stato di salute a decretare lo stop ma in ogni caso, mentre lui si gode il paesaggio e il giovane e imbelle Valentiniano III°, imperatore romano d’occidente, è paralizzato dalla paura, giunge notizia dell’arrivo di un’ambasceria da Roma guidata dal papa Leone I°.
          Il papa, abile politico, prendendo su di sé la responsabilità di fermare gli Unni, segna con questo gesto una svolta definitiva nella storia della Chiesa e della penisola italica. Nell’estate del 452 nei pressi di Padova, sulle rive del Mincio, si ritrova faccia a faccia con Attila ma, come al solito non si sa cosa si sono detti perché gli scrivani del papa, non essendoci nessun miracolo da riportare, preferirono far riposare le loro preziose manine. In seguito Raffaello rappresentò la scena in cui Leone I° mostra il Crocefisso e, a quella vista, Attila se la fa sotto e abbandona l’Italia. La scena è persino comica per quanto è inverosimile perché Attila di Cristo non ne aveva mai saputo nulla e gliene importava ancor meno.

L’ipotesi più probabile è che Attila in quel periodo era soggiogato da vari sentimenti:
  • Non stava affatto bene di salute, avvertiva sempre più distintamente i sintomi del male che poi lo avrebbe stroncato;
  • Era superstizioso e sapeva che qualche anno prima, il sacco di Roma fatto da Alarico non gli aveva portato alcuna fortuna;
  • Era al corrente che l’Imperatore bizantino stava mobilitando un esercito per venire in Italia.
          Leone I°, che non era uno scemo, si inserisce con astuzia in questo confuso stato d’animo e fa il vero miracolo: convince Attila a tornarsene a casa. Lui tratta con estremo riguardo l’inerme porporato e quando quest’ultimo torna verso Roma, anche lui fa i bagagli e si accinge a  ripartire per le pianure magiare ma, forse per consolarsi delle frustrazioni patite negli ultimi anni, abusa contemporaneamente di cibo, vino e sesso. La mattina successiva, 16 marzo 453, lo trovano morto soffocato nel suo sangue con la sposina di turno che piangeva.

          Si sono avanzate varie ipotesi, ma la più probabile è che si sia trattato di un’emorragia più forte delle altre, di cui da tempo Attila soffriva. La sua morte a quarantasette anni fu, in automatico, anche la morte degli Unni, questo a dimostrazione che il famoso “flagello di Dio” non era riuscito a creare nulla che potesse sopravvivergli.
  • I quasi cento giovani figli, avuti da un numero imponente di mogli e concubine, si divisero;
  • I vari popoli che componevano l’orda si separarono prendendo possesso delle varie regioni del nord Europa;
  • La gran parte degli Unni ripercorse a ritroso le piste dell’est per perdersi ancora una volta nelle steppe russe e mongole da dove erano partiti.

            Dopo qualche anno in Europa non si troverà più traccia della loro presenza.

 

Ad majora semper

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