
IL PARADOSSO DI ULISSE: più tempo con Circe e Calipso che in mare.
Tempo di lettura: due minuti
Dei dieci anni di viaggio dell’Odissea, Ulisse ne passò meno di due in mare. Ecco la verità sul più infedele degli eroi greci.
Circe e Calipso, le due dee incantatrici sono le vere responsabili perché, come si evince dal poema, dei dieci anni di viaggio narrati dall’Odissea, l’eroe ne trascorse meno di due sul mare. Il resto lo spassò con Circe (un anno) e con Calipso (più di sette).
All’isola di Eolia, dove avevano sostato per rifornirsi, (X° libro Odissea) il leggendario popolo di uomini giganti e antropofagi fa strage della flotta di dodici navi salpate da Troia: “Scagliavano dalle rocce dei massi che un uomo non può sollevare: e sulle navi si levava un frastuono tremendo di uomini uccisi, di navi spezzate. Li infilzavano come pesci e il pasto orrendo si portavano via. E mentre li sterminavano all’interno del porto profondo, io trassi dal fianco la spada affilata e con essa recisi gli ormeggi della nave dalla prora azzurrina. Ai miei compagni, incitandoli, ordinavo di fare forza sui remi per scampare al pericolo. Tutti insieme essi remarono, temendo la morte.“
Circe: da nemica spietata a preziosa alleata
Ulisse, ormai stremato, arriva all’isola di Eea, con una sola nave superstite delle 12 salpate da Troia e appena 46 uomini.
“La tremenda dea che ha voce umana” si mostrò all’inizio amichevole. La maga Circe accolse i nuovi ospiti con gentilezza, poi somministrò loro un intruglio magico che li trasformò in maiali.

Ulisse sconfigge l’incantesimo della maga grazie all’aiuto di Ermes e, con la potenza dell’amore, trasforma Circe da nemica in preziosa collaboratrice. Ulisse diventato ormai suo amante rimane volontariamente con lei per un intero anno e dalla loro unione nasce anche un figlio: Telegono.
È un periodo di pace, di piacere, di abbondanza. Saranno i suoi compagni, ritornati umani, a ricordargli che è tempo di ripartire verso Itaca.
La prigione dorata di Calipso
Il rapporto con Calipso è ancora più complesso. La ninfa, invaghita del naufrago, lo trattenne per sette anni sull’isola di Ogigia, coperta di boschi sempre verdi, ricca di cipressi profumati, insomma un Eden da dépliant turistico. La ninfa se ne invaghisce, lo trattiene, diventano amanti per sette anni e gli offre ciò che nessun essere umano potrebbe rifiutare con leggerezza: l’immortalità e l’eterna giovinezza, purché resti con lei.
Quale uomo non sarebbe tentato da un simile dono?

Eppure Ulisse rifiuta pensando a Itaca e alla moglie e non perché Penelope sia più bella. Lo dice lui stesso: “sa bene che la moglie mortale non può competere con una dea”.
Dopo la partenza ci si mette anche Poseidone a contrastare il suo ritorno, diventato nemico giurato di Ulisse dopo l’accecamento del figlio Polifemo, ma è nulla il tempo perso rispetto alle sue lunghe soste di un uomo infedele.
Mentre Ulisse è lontano e se la spassa senza troppi rimorsi, ad Itaca la moglie, Penelope, è assediata da 108 pretendenti e sta facendo i salti mortali per non tradirlo.
È questo il paradosso di Ulisse: il più infedele degli eroi greci, ma anche il più nostalgico.
Ulisse non è un santo. Non è un marito irreprensibile. Non è un uomo immune alle passioni. È un essere umano. Cade, si lascia sedurre, indugia, sbaglia, desidera, però l’eroe rifiuta la vita eterna perché comprende una verità molto più profonda: senza la propria patria, senza la propria storia, senza i propri affetti, perfino l’immortalità perde significato.
Qui Ulisse rivela la sua autentica grandezza.
L’Odissea non ci racconta soltanto il ritorno di un guerriero. Non ci racconta le gesta dell’eroe più forte, ma del più umano. La sua grandezza nasce proprio dalle sue debolezze. Ulisse non vince perché è perfetto: vince perché, malgrado le cadute, continua a cercare i veri valori.
L’Odissea ci racconta il viaggio interiore di un uomo che, dopo avere conosciuto il potere, la guerra, il piacere, la ricchezza, la magia e perfino la possibilità di diventare immortale, scopre che la felicità non consiste nel possedere tutto, ma nell’avere ciò che dà senso alla propria esistenza.
Il vero viaggio di Ulisse, dunque, non è geografico. È spirituale.
Ulisse è diventato il simbolo dell’uomo di ogni tempo e forse Itaca non è soltanto un’isola, ma il luogo dell’anima in cui ciascuno di noi desidera ritornare dopo essersi perduto tra le infinite seduzioni del mondo.
Per questo, a distanza di quasi tremila anni, Ulisse continua a parlarci.
Ad majora semper
Questo blog non è una testata giornalistica poiché viene aggiornato senza alcuna periodicità, non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.





