SI AL GRANDE SPORT ITALIANO, NO AL CALCIO

SI AL GRANDE SPORT ITALIANO, NO AL CALCIO.

 

            Nel calcio si trovano tutti i difetti più deleteri che riscontriamo nella macchina pubblica italiana: l’assenza di progettualità, la mancanza di ricambio generazionale, l’assenza di meritocrazia, l’immobilismo più ottuso e arrogante.
Il calcio italiano, oltre ad essere noioso, non è etico, non è morale, non è limpido, non è logico, è un disastro tremebondo ma, inspiegabilmente, resta ancora l’oppio più alla moda per fregare l’uomo della strada, il tifoso, per il quale il calcio è la “religione” che oscura e domina i media italiani.
          Basta una mediocre squadra di club straniera per far emergere il “nulla” del nostro calcio, ma il tifoso, in nome della sua “religione calcistica“ è pronto a dimenticare l’impossibile grazie alla complicità dei giornali cosiddetti “sportivi” che, senza alcuna vergogna, dedicano quasi tutte le loro pagine al pallone invece di mettere nel giusto risalto le sfide, molto spesso vincenti, che i veri atleti italiani affrontano in tantissimi altri sport che, per colpa di questi stessi giornali, vengono ingiustamente considerati minori.
            Il calcio italiano, da tempo imbarazzante, è osceno, indifendibile e inguardabile, ma ha successo perché somiglia al peggio di noi stessi.

Per contro la Favola Italia delle Olimpiadi di Milano-Cortina che si sta ripetendo con Paraolimpiadi ci mostra ancora una volta quanto davvero valgano i grandi campioni dello SPORT ITALIANO

 

dieci ori, sei argenti e 14 bronzi.

Come mai tutte queste medaglie?

          Di certo non per il tifo. Giocare a calcio per 90 minuti con 70mila scalmanati che tifano a tuo favore può essere un vantaggio, ma mentre si sta sciando per un minuto a oltre 100 chilometri orari, il tifo non si sente per nulla.
Certo può essere un vantaggio conoscere i luoghi di gara, non c’è fuso orario, si conosce il clima, si sa cosa si mangia, insomma si sta più tranquilli, ma per contro ci sono maggiori pressioni mediatiche legate alle continue interviste e vedere il proprio nome sui giornali e nei telegiornali perché durante le olimpiadi o ai campionati mondiali anche  “giornali sportivi” si accorgono dei  cosiddetti “sport minori” e questi hanno i loro momenti di gloria, ma solo a un patto: che si vinca una medaglia.
Pensiamo invece che i buoni risultati sono soprattutto conseguenza di investimenti, di piani e programmi pluriennali finalizzati a un obiettivo specifico: il successo nelle Olimpiadi o nei Campionati del mondo.
           Proviamo a ripercorrere la storia recente delle olimpiadi invernali.
          Nel 1994 circa 1.700 atleti e atlete da 67 paesi gareggiarono in 61 eventi e l’Italia, rappresentata da poco più di 100 atleti, vinse 20 medaglie: 7 ori, 5 argenti e 8 bronzi terminando quarta nel medagliere finale dietro a Russia, Norvegia e Germania.
           Nel 2022 quasi 3.000 atleti e atlete da oltre 90 paesi gareggiarono in 109 eventi e l’Italia, rappresentata da 196 atleti, ne vinse 17: 2 ori, 7 argenti e 8 bronzi.
A queste Olimpiadi ha partecipato un numero di atleti e atlete paragonabile a quello del 2022, e prima delle Olimpiadi il CONI, il Comitato olimpico nazionale italiano, aveva stimato di poter arrivare a ottenere 18 medaglie con un posizionamento all’ottavo posto. Quindi non è solo una questione di numero di medaglie ma anche di numero di medaglie rispetto agli altri paesi.

Invece è successo l’impensabile:

          Ma perché l’Italia è dietro l’Olanda nel medagliere delle Olimpiadi pur avendo vinto 10 medaglie in più?
Un epilogo che sa un po’ di beffa, considerando il cammino eccezionale di cui gli azzurri si sono resi protagonisti e capaci di salire sul podio in ben dieci sport diversi contro i soli due degli olandesi (speed skating e short track, con cinque affermazioni a testa).
Perché il criterio adottato dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO) per la composizione della classifica dei Giochi premia le vittorie “più preziose” rispetto alla semplice sommatoria di podi. Ed è questo il criterio che viene utilizzato per determinare la graduatoria. Tant’è che in caso di parità di medaglie d’oro si ragiona a scalare considerando quelle d’argento e, solo successivamente, i bronzi.
            Ma c’è chi adotta altri parametri non ufficiali come gli Usa: conta il numero complessivo delle medaglie.
Il sistema a punti è molto caldeggiato dal comitato olimpico americano (che sui propri media ordina il medagliere per “totale medaglie”). La ratio che c’è dietro questo approccio è chiara: dare maggiore risalto alla forza complessiva di un movimento sportivo nazionale, evitando che un singolo atleta, fortissimo in determinate discipline e capace di fare incetta di ori individuali, faccia balzare in alto un Paese che è meno competitivo in altre.
Questo sistema che si rivela un’alternativa rispetto al sistema del CIO su cui si sta discutendo molto: attribuire un punteggio a ogni medaglia così da non svilire la qualità del metallo vinto ma, al tempo stesso, non sminuire la quantità dei podi ottenuti. Secondo questi parametri ogni oro varrebbe 3 punti, ogni argento 2 e il bronzo 1.
          Come cambierebbero le posizioni nel medagliere con il sistema a punti per medaglia? 
L’Italia avrebbe un piccolo miglioramento: scavalcherebbe l’Olanda grazie all’enorme numero di bronzi (14), dimostrandosi squadra molto presente in tutte le finali. Quanto ai Paesi Bassi, sono il caso più estremo: tutti gli ori conquistati nel pattinaggio di velocità li hanno spinti in alto nel medagliere, ma a causa di un numero minore di argenti e bronzi in una ipotetica classifica punti sarebbero penalizzati, scendendo addirittura al sesto posto.

          Nel frattempo il calcio che ha fatto?

Tutto nella norma, ha collezionato soltanto brutte figure.

 

Ad majora semper

 

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