“Non conosco, ma parlo” IL PROBLEMA DEI TALK SHOW

“Non conosco, ma parlo” IL PROBLEMA DEI TALK SHOW

Racconto di Paolo Tittozzi – 2 minuti di lettura
          Chi di noi, almeno una volta non ha espresso un parere su un argomento sconosciuto? Nessuno.
A tutti è capitato di improvvisare, tutti abbiamo azzardato. Tutti abbiamo confuso una nostra vaga conoscenza con una competenza.
Ma c’è una differenza. Una cosa è parlare tra amici, le parole escono e vengono spazzate via, diverso è invece il fenomeno dei giornalisti tuttologi, degli influencer o dei personaggi più o meno noti che continuamente ci vengono proposti nelle trasmissioni televisive o radiofoniche a commentare degli eventi di una complessità inaudita (geopolitica, economia, scenari di guerra, pandemie) senza avere una preparazione specifica in materia, troppo spesso rubando spazio ai veri tecnici ed esperti della materia.
          A differenza della carta stampata, che richiede verifiche e revisioni, il dibattito televisivo è spontaneo e amplifica il margine di errore e la superficialità delle analisi, inoltre la presenza di opinionisti “rissosi”, inclini alla provocazione e alla polemica viene poi favorita dalla logica dell’audience, perché queste bagarre garantiscono dei picchi di ascolto e il coinvolgimento sui social network.
          Ora, non dico che i giornalisti o gli influencer non possano fornire le loro opinioni, tutt’altro, però non è ragionevole pensare che codesti signori e signore siano una categoria in grado di avere delle competenze su tutto lo scibile umano ed anche in tempo reale.
Molto spesso sono questi stessi personaggi che esordiscono dichiarando candidamente: «Non conosco l’argomento», e subito dopo si lanciano in analisi, critiche, sentenze, censure e ricostruzioni alternative dei fatti. Sarebbe come presentarsi a un congresso di cardiochirurgia dichiarando di non sapere dove si trovi il cuore, per poi spiegare ai medici come eseguire un trapianto.
          Allora qui cambia tutto, non siamo più nel campo dell’errore, siamo nell’arte performante dell’assurdo.
Spero che si sia tutti d’accordo nel dire che gli opinionisti non debbano essere degli esperti al livello di un premio Nobel o di un professore di Oxford, anche perché essere un premio Nobel, ad esempio per la fisica, non garantisce che lo stesso sia in grado di capire molto di politica o di economia. La stessa cosa dovrebbe valere per gli opinionisti ai quali però vengono chieste analisi e spiegazioni sugli argomenti più disparati e chiunque capisce che nel momento in cui si sconfina in un ambito in cui non si è esperti, si perde di credibilità.
          Da anni circola sui social un celebre schemino, tanto semplice da sembrare progettato per essere compreso persino da me: se conosci l’argomento, parla; se non lo conosci, ascolta. Se non conosci prima ti informi, poi parli.

Un concetto essenziale, quasi francescano nella sua povertà intellettuale.

Eppure nulla. Questa gente non lo capisce, neanche col disegnino. Anzi, sembra che molti volti noti del teleschermo, e chi li invita, lo interpretino al contrario, come una sorta di sfida personale: più ignorano, più intervengono, meno conoscono, più pontificano e parlano, parlano…
           Tuttavia concediamo anche a loro delle attenuanti: magari non si rendono conto, magari ignorano di ignorare.
In ogni caso in molti di questi talk show si ha la prova scientifica che l’ignoranza, quando incontra l’autostima genera un’energia che la fisica moderna non è ancora riuscita a spiegare. Un’energia che fa girare vorticosamente le sfere. Siano queste celesti o meno.

Ad majora semper

 

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