ACCORDO SUI DAZI: L’UNIONE EUPOPEA ABBASSA LA TESTA

 

ACCORDO SUI DAZI: L’UE ABBASSA LA TESTA

Permettetemi alcune premesse:
  • Trump, il presidente USA, deve fronteggiare un debito pubblico che rappresenta il 35% del debito mondiale. Un enorme buco determinato anche dall’esigenza di finanziare l’esercito più potente del mondo.
  • Gli USA da molti anni registrano un pesante deficit commerciale per le merci e beni, nel 2024 è stato di oltre 1.204 miliardi di dollari.
  • Trump, nella sua brutalità e senza mezze misure, ci ha ripetuto più volte che il rapporto con gli Stati Uniti si baserà sempre più su uno spietato “do ut des” (lui però non ce lo ha detto in latino).
  • L’Europa Unita, priva di una sua capacità di difesa, sarà sempre un vaso di coccio tra vasi di ferro sia nei rapporti economici come nell’influenza diplomatica per cui deve assumersi la responsabilità della propria sicurezza e della propria autonomia militare, che ne dicano coloro che non l’abbiano ancora compreso, a cominciare dai pacifisti nostrani.

Per trattare con gli Usa l’Europa diventi prima una superpotenza

            Premesso tutto questo si può dire che l’accordo politico del 27 luglio 2025 sui dazi siglato a Turnberry, in Scozia, in un golf club di proprietà del presidente americano, dimostra ancora una volta la nostra debolezza che non è altro che un’altra faccia dell’assenza di peso che l’Europa Unita dimostra tutti i giorni.

Secondo la “filosofia Trump”, I dazi sono quindi il suo espediente da bottegaio per restituire agli americani gli oneri che si sono assunti per la nostra difesa. È un tributo simile a quelli che più di duemila anni fa le colonie ai margini dell’Impero romano pagavano alle legioni di Roma (ma lui non lo sa)

Inoltre, sempre secondo la “filosofia Trump”, i dazi imposti al resto del mondo, in primis agli altri paesi del G7, alla Cina e alle economie del BRICS dovrebbero servire a ridurre quel “monstre” del debito pubblico USA.

Dunque l’accordo politico con Donald Trump del 27 luglio 2025 sui dazi fissati al 15% (compreso il settore dell’auto che oggi è al 25%) non merita certo un brindisi, ma abbiamo l’unica consolazione che ci poteva andare anche peggio.

          I dazi però non sono l’unica tegola caduta sull’Europa

La sconveniente capitolazione scozzese della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, alla prevedibilissima arroganza del capriccioso Presidente americano Donald Trump non prevede soltanto i dazi al 15%, ma anche: tariffe al 50% per l’acciaio e l’alluminio che rimangono invariate; dazi zero su una serie di prodotti strategici: gli aeromobili e i relativi componenti, alcuni prodotti chimici, alcuni farmaci e semiconduttori; per prodotti agricoli, vini e alcolici compresi sono ancora da concordare le tariffe. Ma sono state sottoscritte anche una serie di ambigue intese extra-tariffarie che, come hanno brillantemente spiegato illustri economisti, che rappresentano vere e proprie spine nel fianco dell’Europa e tra l’altro rendono assai problematica la loro attuazione:

1) Acquisto gas liquefatto e petrolio dagli americani per 750 miliardi di dollari in tre anni (per la distanza più costoso rispetto a quello di altri paesi);

2) Promessa di investimenti produttivi in America per 600 miliardi di dollari;

3) Acquisto di enormi quantitativi di armi da imprese della difesa americana;

4) Nebbia sulla tassazione delle Big Tech d’oltreoceano.

            Questa vicenda, però, dovrebbe almeno offrire l’occasione all’UE per guardarsi allo specchio. Mettere la croce solo sulle spalle della von der Leyen è una scorciatoia.   La presidente della Commissione ha potuto mettere in campo soltanto il risultato della mediazione tra tutte le contraddizioni dell’Unione. Semmai sarebbe più serio interrogarsi sulle ragioni che hanno determinato questo mezzo insuccesso: per trattare alla pari con una “superpotenza” bisogna essere un’altra “superpotenza” e l’Europa lo deve diventare per non mantenere, come sempre, un rapporto di subalternità. Questo vuol dire innanzitutto risolvere le contraddizioni all’interno dell’Unione spazzando via i lacci e lacciuoli del suo mercato interno e abolire, senza perdere tempo, “il potere di veto degli Stati membri che rende molto più debole la Commissione nel rapporto con gli altri giganti mondiali e che le impediscono di dispiegare tutte le sue potenzialità economiche e politiche. Chi non è d’accordo con tale riforma deve essere fatto accomodare fuori (Gran Bretagna docet).

Una brutta estate per Ursula Von der Leyen

            La brutta estate di Ursula von der Leyen è appena cominciata. Da domenica scorsa la poverina non fa che incassare critiche, i giudizi negativi sono piovuti un po’ dappertutto: governi, imprese, associazioni di categoria e non solo. Nello sterminato elenco di reazioni che ha fatto seguito all’accordo sui dazi è difficile trovare qualcuno che applauda al risultato ottenuto dall’Unione europea. Orban ha detto: “Trump si è mangiato von der Leyen a colazione”; la Francia parla di “giorno buio“. Toni più sfumati vengono da Berlino e Roma con le nostre opposizioni che comunque parlano di “Caporetto per l’economia”, mentre i governi di Svezia, Danimarca, Finlandia, Irlanda e Romania non fanno i salti di gioia, ma sono più pragmatici e stanno alla finestra.

Comunque è già un successo che Donald Trump il 1 agosto abbia effettivamente firmato l’ordine esecutivo dell’accordo politico del 27 luglio, non era affatto scontato, tuttavia il nuovo assetto non andrà in vigore immediatamente, come previsto, bensì il 7 agosto.

Staremo a vedere.

       Ad maiora semper

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