Hanno fatto le palle di vetro ma il carillon non ha suonato

 

           Gentili lettori sull’incontro in Alaska del 15 agosto non si sa praticamente nulla, tranne il fatto che questo sia realmente avvenuto. Tuttavia l’argomento è troppo ghiotto per poter passare inosservato e, come tutti, non avendo ancora elementi certi per una corretta trattazione, mi limiterò ad analizzare con voi, rapidamente, le ragioni che hanno portato alla guerra dell’Ucraina, al successivo impasse militare e a quest’incontro  tra Trump e Putin che prometteva effetti miracolosi.
Quarant’anni fa, nel 1985 avvenne lo storico incontro di Ginevra tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov sancì la fine della

“guerra fredda”.

Di lì a poco l’impero sovietico crollò e un pulviscolo di Paesi satelliti diventarono nazioni autonome, tra cui l’Ucraina. 

Si dà il caso che l’Ucraina  contenga al suo interno la regione del “Donbass, grande quanto la Sardegna che, per uno strano scherzo geologico su cui gli scienziati stanno ancora indagando, è una regione straricca di risorse minerarie, tra cui carbone di cui il maggiore produttore a livello europeo e il settimo produttore al mondo (31 miliardi di tonn.), gas naturale, petrolio, ferro, titanio, cromo, manganese, uranio grafite e, soprattutto, le cosiddette “terre rare” (berillio, litio, tantalio, niobio, e zirconio) fondamentali per l’industria del futuro a cui va aggiunto, come se non bastasse, la sua vasta produzione di grano.

Tutto ciò rende il Donbass, un’area più che strategica per cui vale la pena dare “l’anima al diavolo”.

È quindi giusto che l’Ucraina voglia tenersi stretto questo suo dono della natura mentre sarebbe pronta a sacrificare la Crimea, altro punto dolente del contendere. È naturale che l’Unione Europea stia aiutando militarmente l’Ucraina facendole anche ponti d’oro per farla entrare nell’Unione, perché con tanto “ben di Dio” nei suoi confini, aumenterebbe di molto il suo peso strategico nello scacchiere mondiale.
È meno logico che Putin non voglia mollare il boccone che ha già addentato perché, con il possesso delle terre rare tornerebbe ad essere insieme alla Cina, di cui adesso è vassallo, leader del Sud del mondo. Trump invece ritiene che il Donbass sia già suo, considerandolo una sorta di rimborso spese per gli armamenti forniti all’Ucraina per la guerra in corso e non a caso, mesi addietro, ha praticamente cacciato dallo “studio ovale” il povero Zelenskyj da lui stesso invitato.

Incontro Trump-Putin in Alaska: il prezzo della pace

          In questo groviglio quasi inestricabile il 15 agosto in Alaska si sono incontrati questi due strani personaggi: Donald Trump, uno spregiudicato uomo d’affari, oggi presidente, che siede su un trono di migliaia di miliardi di debiti e il dittatore Vladimir Putin, ex ufficiale del KGB (polizia segreta dell’Unione Sovietica),  che non ha mai smesso di pensare a ricostruire la “Grande Russia”, di cui l’Ucraina dovrebbe essere parte integrante, dimenticando troppo spesso che la sua Russia rischia di vivere quello che sta già sperimentando l’Iran: un Paese che naviga nel petrolio e nel gas ma lamenta la mancanza di elettricità.
Dunque lo zar e il presidente rappresentano due visioni opposte della geopolitica. Il “modello Putin” è basato sulla volontà di potenza, mentre il “modello Trump” è fondato sul primato degli affari e delle strategie finanziarie, tuttavia entrambi i modelli non hanno alcuna parentela con le storiche norme del diritto internazionale.
Tuttavia se oggi ci dovessimo attenere ai fatti, almeno gli unici che appaiono certi, sono le smorfie di Putin, il suo sguardo perplesso, ma non una parola. Così Vladimir Putin ha reagito alla raffica di domande che i giornalisti americani hanno tentato di rivolgergli in merito alla guerra in Ucraina prima dell’incontro tra i due presidenti.

“Dirà sì al cessate il fuoco?“, “Si impegna a non uccidere più civili?“, “Perché il presidente Trump dovrebbe fidarsi di lei?“, chiedono i giornalisti. Alla domanda se fosse disposto ad accettare un cessate il fuoco, Putin si limita ad alzare un sopracciglio, a distogliere lo sguardo e scuotere la testa. Poi gli staff dei due presidenti chiudono la parentesi delle domande pre-summit: “Grazie a tutti, grazie a tutti“. Chiuso il sipario.

Incontro Trump-Putin: vittoria morale per Mosca?

          Durante il volo verso la base militare di Anchorage in Alaska, che ha fatto da sfondo al vertice, il presidente americano aveva indicato la fine della guerra come scopo principale del summit, sottolineando che un fallimento lo avrebbe lasciato insoddisfatto.
Risultato. Malgrado il mandato di cattura della Corte penale internazionale che pende sul capo di Putin (che gli USA non riconoscono), il presidente Trump ha ricevuto l’omologo russo con tutti gli onori dovuti a un Capo di Stato e, di fatto, ha riabilitato Putin senza ricevere nulla in cambio, neanche fornire qualche impegno formale che possa far sperare ad una pace più vicina.
Al termine del faccia a faccia, durato circa tre ore, culminato in una conferenza stampa congiunta in cui non si è detto nulla e non si è risposto alle domande di alcun giornalista, un solo elemento emerge con chiarezza: le armi in Ucraina non taccionoalmeno per ora.

Risultato atteso?

          A parte i modi rispettosi e a tratti cordiali, il risultato dell’incontro, in effetti, sembra aver amareggiato Trump. I media americani e internazionali lo hanno descritto come “stanco e deluso”, mentre riconoscono a Putin il ruolo di vincitore morale del summit. Alcuni giornali internazionali parlano di trionfo” di Putin, di ritorno spettacolare” sulla scena internazionale, il leader russo come “uscito dall’isolamento internazionale”, mentre a Kiev sono decisamente più pessimisti, c’è chi scrive di un summit “ripugnante, vergognoso e inutile.
         È vero che le aspettative non erano elevate, perché lo stesso Trump aveva dichiarato che si trattava di un summit conoscitivo per sondare la situazione, però il fatto che nella conferenza stampa congiunta non abbiano citato neanche uno dei punti concreti oggetto di discussione dimostra che per Trump è stato un completo fallimento, probabilmente il presidente americano ha sottovalutato Putin, non si aspettava di trovare un uomo così astuto e navigato.  Occorrerà aspettare che il presidente americano si senta con gli alleati per sapere qualcosa di più, ma al momento l’immagine che emerge è quella di una prova di forza che Putin ha vinto e che saprà bene come rivendersi questa vittoria sia a Mosca che nel Sud del Mondo.

Per Putin, questo summit è stato un dono divino, ma che non dovrà sperperare,

altrimenti, la sera della Russia potrebbe farsi davvero buia.

 

 

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