
La prima guerra civile italiana
Non sono un uomo del Sud né un fazioso, ma un cultore della storia, quella vera. Pertanto oggi desidero dedicare questo articolo ad un angolo di storia italiana mistificata e dimenticata.
L’Italia è l’unico Paese al mondo che ha avuto il suo primo re che era già secondo…
Al di là dalle battute, quel mantenimento della numerazione dinastica sabauda ci racconta un fatto ben più grave: la spia del carattere annessionistico dell’unificazione nazionale.
Uno dei più grandi studiosi del nostro risorgimento, lo storico inglese Dennis Mack Smith, ci ricorda che “il Parlamento del 1861 fu nella terminologia ufficiale non il primo, ma l’ottavo” ed è per questo motivo che il re continuò a intitolarsi Vittorio Emanuele II, perché, per i giuristi dell’epoca, il Regno d’Italia del 1861 non era uno Stato nuovo, ma un ingrandimento del Regno di Sardegna.
La narrazione ufficiale dell’Italia unita ci ha sempre dipinto il nostro Mezzogiorno come mal governato da re inetti e baroni violenti, con un’economia arretrata e asfittica una società ignorante e semifeudale. Questa è stata la lettura propedeutica per poter poi rappresentare “il Risorgimento sabaudo come unica via al progresso e alla libertà“.
Da un lato i Borboni come figure antistoriche e dall’altro i Savoia esaltati come i prìncipi della patria liberale… una rielaborazione volutamente mistificata a posteriori.
Il conte di Cavour, che era un genio della politica e della diplomazia, avrebbe fatto volentieri a meno delle beghe delle varie autonomie locali del Centro Italia, dello Stato pontificio e delle complessità del Regno borbonico. La sua idea era un’egemonia politica sulla penisola, però senza immediate annessioni, da lui giudicate premature: “Non bramo minimamente di sospingere la questione napoletana a una soluzione prematura“, scriveva, ancora nel marzo del 1860, al marchese di Villa Marina Salvatore Pes, suo nuovo ambasciatore nel regno di Napoli, “Credo, al contrario, che ci converrebbe che lo status attuale durasse ancora qualche anno. Temo però che saremo forzati a tracciare ben tosto un piano che avrei voluto aver più tempo per maturare“.
La spedizione dei Mille, ovvero la dissoluzione, dall’oggi al domani, del più popoloso e del più armato degli stati pre-unitari, su cui soltanto a missione compiuta Cavour ci metterà il cappello sabaudo, non venne però da lui osteggiata solo perché la riteneva irrealistica. La sua morte prematura ci impedisce di capire come avrebbe poi affrontato la questione meridionale che lo Stato si era ritrovato all’improvviso di fronte, ma di certo i suoi successori scelsero la strada dell’accentramento rigido e di una repressione altrettanto intransigente.
Lo storico Gianni Oliva commenta: “Probabilmente Cavour pensava che una sconfitta di Garibaldi avrebbe rappresentato il ridimensionamento dei democratici e delle loro brame di potere“.
Però con l’Unità raggiunta, ci si accorse della mancanza di qualcosa, ovvero, riprendendo una formula abusata detta da Urbano Rattazzi: “Si è fatta l’Italia, bisogna ora fare gli italiani“, attribuita a Massimo D’Azeglio, che in effetti completò quel concetto con un successivo aforisma: “Un’Italia fatta senza conoscerla e senza studiarla“.

La guerra civile
Quell’Italia era stata fatta più male che bene e quanto agli italiani, al governo di allora, non era chiaro se bisognasse farli con le buone o con le cattive.
La “questione meridionale” nasceva e affondava le sue radici in una indigenza soprattutto economica, per risolvere la quale sarebbero servite le riforme nel settore agricolo, peraltro promesse da Garibaldi, piuttosto che una repressione indiscriminata. Dall’altro canto c’erano un insieme di resistenze sociali e partigiane sia autoctone che foraggiate dall’esterno (le dinastie borboniche non si erano per nulla rassegnate e tentavano di difendere i loro interessi finanziate dalla Francia e dallo Stato Pontificio).
Questo sordo contrasto portò ad un unico e inevitabile risultato: la guerra civile che, per l’opinione pubblica del tempo, fu contrabandata come “brigantaggio”.
Fu la prima guerra civile italiana, che vide scontrarsi italiani difendevano il nuovo Stato contro altri italiani che si ribellavano all’annessione mettendo in luce la mancata unificazione socioculturale e la profonda crisi di identità del Paese.

Nel 1864 il Regio esercito italiano aveva raggiunto una consistenza massima di 166.800 uomini, fra fanteria, cavalleria, artiglieria, genio, bersaglieri e carabinieri. Questo nostro l’esercito, nato dalle guerre d’indipendenza e concepito per difendere i confini nazionali contro un nemico esterno, trovò il suo primo impiego massiccio in una guerra civile, peraltro combattuta in una regione sconosciuta come il Mezzogiorno, avendo di fronte sia le rivolte di una plebe affamata che la guerriglia di bande spregiudicate, in una commistione inestricabile di lotta sociale, resistenza armata e contro-rivoluzione.
Se si considera che nei cinque anni della guerra civile nel Mezzogiorno, vennero impiegati i due terzi dell’esercito, quindi poco o nulla era restato per fronteggiare un’eventuale invasione austriaca, ci dà la misura della gravità della situazione meridionale. A questo aggiungiamo che in quella carneficina ci fu un numero di morti “italiani” superiore alla somma di quelli morti nelle tre guerre d’indipendenza.
Aver poi ridotto il problema del Mezzogiorno italiano a un puro e semplice affare di folclore con i vari Crocco, Ninco Nanco, Sparviero, Memmo O’ Chiavone declassati a briganti ladri di polli, brutti, sporchi e cattivi, non è stato soltanto riduttivo ma, molto più drammaticamente, sbagliato, se non criminale.

Vittorio Emanuele II° ebbe la puerile soddisfazione di vincere la sua guerra, ma i frutti amari di quella “vittoria” hanno continuato a marcire sino ai nostri giorni.
Ad majora semper





