ITALIA: LA NAZIONE DEI DIALETTI

Che differenza c’è tra lingua e dialetto?

          Metternich, Cancelliere di Stato dell’Impero Austriaco, alla vigilia dei moti rivoluzionari del 1847/48, ebbe a dire “La parola Italia è un’espressione geografica.”
Non aveva tutti i torti. In effetti dalla fine dell’impero Romano d’Occidente (476 d.c.) sino all’unità d’Italia (1861) la penisola italica è stata un coacervo di stati e statarelli spesso divisi da catene montuose o dal mare, ostacoli che non hanno favorito gli scambi commerciali tra uno stato e l’altro per cui anche le ‘lingue‘ finirono con il mutare n modo assai essere differente.
          Ma che cosa intendono i linguisti quando usano la parola ‘lingua’ e quando, invece, la parola ‘dialetto’?
Una ‘lingua‘, infatti, è un insieme di parlate, con particolari suoni, parole, frasi ed espressioni (cioè un insieme di dialetti), differenti, ma altamente inter-comprensibili. Esempio la lingua laziale è formato dai dialetti di Roma, Latina, Frosinone, Rieti e Viterbo e da tutti quegli altri dialetti paesani che, pur con piccole differenze di pronuncia lessico e grammatica, hanno un alto grado di inter-comprensibilità.
Siciliano, piemontese, veneto e via dicendo sono dunque lingue diverse tra loro e diverse dall’italiano alla stessa stregua dell’inglese del tedesco o del giapponese. Il linguista le indicherà come “lingue regionali” (o ‘minoritarie’) che non sono delle corruzioni della lingua italiana, ma discendono direttamente dal latino come l’italiano stesso.

Per contro la linguistica moderna definisce il termine “dialetto” le parlate di singole città, villaggi o frazioni. Per esempio il dialetto di Sora (FR) piuttosto che il dialetto di Cellino San Marco (BR) o quello di Vigevano (PV), tuttavia nel parlato corrente definiamo “dialetto” gli accenti, le cadenze oppure delle espressioni particolari che si sentono da persone di regioni d’Italia diverse, quando si esprimono in italiano. Per il linguista, questi sono tratti propri di quel che chiama “varietà geografiche o regionali dell’italiano”. Pertanto gli “italiani regionali” che parliamo tutti i giorni fanno parte di quell’insieme di varietà, comunque ben inter-comprensibili, che formano la lingua italiana.

          Ci sono dialetti  o lingua regionali” più antichi di altri?

          Tutti i dialetti provengono dal latino, anche se nessun dialetto è rimasto congelato nel tempo, ma bisogna intendersi. In linguistica “antico” significa “più conservativo”, cioè capace di conservare tratti molto vicini alla lingua latina più di altri.
In Italia, i sistemi considerati più conservativi sono quelli rimasti più isolati per carenza di comunicazioni (mare, montagne) e quindi con pochi scambi commerciali. Spicca il sardo, ma anche il friulano e il ladino hanno una loro forte identità e caratteristiche proprie. Altri dialetti sono particolari perché portano dentro di loro altre lingue e quindi altre culture e tradizioni: in Alto Adige il tedesco convive con l’italiano, la Valle d’Aosta risente del francoprovenzale.
Dunque non esiste il dialetto “più antico di un altro” o che “esiste da più tempo” perché tutti i dialetti hanno le stesse radici ma, alcuni più di altri, hanno conservato meglio certe strutture e parole che sembrano riportarci indietro di secoli.

          Che differenza c’è tra lingua nazionale e lingue regionali?

          Spesso si parla della inferiorità delle lingue regionali o dei loro dialetti perché questi sarebbero senza regole grammaticali. E’ falso. Quasi tutte le lingue regionali dispongono di una letteratura e di tradizioni importanti.
Senza voler dimenticare Goldoni, Luigi Pirandello, Edoardo De Filippo, Dario Fo (due su tre sono stati premi Nobel per la letteratura) hanno scritto molte loro commedie in “lingua regionale”. Fabrizio De Andre ha cantato “creuza de ma” in lingua ligure è stato ritenuto dalla critica il miglior disco italiano degli anni ’80, per non parlare della canzone napoletana…
          Dunque dal punto di vista linguistico non c’è nessuna differenza. Semmai le differenze potrebbero essere di tipo sociale perché la lingua regionale è parlata da un numero di persone inferiore di chi parla la lingua nazionale: per esempio, coloro che parlano pugliese parlano anche italiano, ma non è vero il contrario. Tuttavia è vero che le lingue regionali non hanno gli stessi riconoscimenti giuridici di cui gode la nostra lingua nazionale e questi mancati riconoscimenti contribuiscono a diminuirne il prestigio e spesso a svalutarle, non di rado anche da parte degli stessi corregionali.
          Facebook e Instagram sono in controtendenza: c’è il boom dei dialetti. Inaspettatamente il vernacolo è diventato il re dei social.
La possibile morte delle lingue regionali, che si verificherebbe se nessuno le parlasse più, sarebbe un’enorme catastrofe non solo dal punto di vista culturale, ma anche in termini cognitivi poiché essere bilingue fa bene anche al nostro cervello.
Ad majora semper

 

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