FESTA PATRONALE?: NO, GRAZIE

Cari lettori, anche quest’anno si sta concludendo il ciclo delle “feste patronali”: EVVIVA!
Visto che queste kermesse sembrano essere diventate soltanto un guazzabuglio di fuochi d’artificio, spettacoli, giostre, bancarelle e assaggi gastronomici (anche con un pizzico di botulino), mi viene da proporre qualche riflessione per cercare di ridare un senso storico a questa realtà tipicamente italica.
         È stato il Medioevo la fucina di queste usanze che prima si sono diffuse, poi consolidate e infine, nel secolo scorso, hanno perso il loro tratti originari. 

Il Santo protettore:

          Il Santo protettore di una comunità in pratica era l’intercessore tra Dio e i fedeli ed è stato per tanti secoli l’unica forma di cura contro le malattie perché, a parte qualche decotto, il miracolo era praticamente l’unico espediente per rimanere vivi.
Capitava che talvolta qualche santo protettore si dimostrasse, per cause del tutto fortuite, più miracoloso di altri e allora la voce si spargeva e quelle reliquie diventavano dei centri di pellegrinaggio e questo diventava un altro miracolo, perché avere più pellegrini era un vantaggio economico che si riverberava su tutta la comunità per cui, in ogni centro abitato crebbe l’interesse di avere il proprio Santo Protettore.
Santi a disposizione con reliquie vere o presunte tali, ce c’erano in quantità per cui si verificò una vera corsa a chi si accaparrava il santo migliore perché, era ormai accertato che interferenza del Divino fosse l’unica possibilità che l’umano aveva per sopravvivere a una malattia e, qualora il miracolo non fosse avvenuto, la colpa sarebbe stata comunque del fedele che in vita non era stato sufficientemente devoto.

L’introduzione del Santo Patrono

          Appare evidente che per la comunità che già possedeva il proprio Santo Protettore il passo successivo era che costui, ormai di casa, diventasse il Santo Patrono. Tuttavia le responsabilità di questo Patrono neo-promosso erano accresciute, non si trattava soltanto di curare le malattie, ma bisognava controllare che i raccolti fossero copiosi, che la pioggia fosse abbondante ma non troppo, che non ci fossero epidemie, insomma la vita del Santo Patrono era piena d’insidie.
          Le autorità della Chiesa di Roma non restarono indifferenti a questi fatti periferici, anzi videro nel diffondersi del Santo Patrono un’opportunità per accrescere la loro influenza sui signori feudali che rappresentavano sul territorio il potere e l’’unità e furono subito apportate delle significative modifiche procedurali.
 La locale “Chiesa madre”, doveva essere la sede indiscussa dove conservare le indispensabili reliquie del santo, per cui la “Chiesa madre” divenne il luogo deputato dove il potere feudale doveva rendere sottomissione e omaggio al potere religioso.

La Festa padronale

          Tenuto conto che la Chiesa madre ormai costituiva, oltre che il punto di aggregazione sociale, anche il centro amministrativo della comunità (le nascite e le morti venivano registrate in chiesa) appare evidente che questa sede dovesse diventare anche il luogo eletto a prendersi carico della celebrazione annuale (festa padronale) in onore del santo patrono della comunità.
Dunque la Festa padronale, oltre al suo significato religioso, finì con il rappresentare anche il momento in cui, l’autorità politico-feudale rendeva pubblico omaggio all’autorità religiosa e spirituale da cui tutto dipende.
          L’elemento più caratteristico della festa patronale è la “PROCESSIONE. Una volta l’anno il Santo Patrono si degna di incontrare il “popolino” e in tal senso il baldacchino con la sua statua lignea viene portato a spalla per le strade del paese affinché il volgo possa ammirarlo dal basso verso l’alto.

 

La statua, è preceduta dalle autorità spirituali e seguita dal potere temporale
          Ieri chi seguiva era il signore feudale con i suoi vassalli, oggi è il sindaco, con la fascia civica, con le autorità comunali e poi da quella parte del volgo più sensibile alle vicende del santo. La “processione” che in teoria dovrebbe rappresentare un momento di grande devozione, ieri come oggi, è diventata una parata in cui tutti gli attori recitano un copione già definito.
La Festa padronale, giorno di festa dichiarato dall’autorità religiosa in cui al villano è carinamente consentito di non lavorare, dovrebbe essere il giorno dell’anima, un momento dedicato al nostro intimo, al massimo un modo per tramandare la nostra memoria storica, invece tutto si conclude con un gozzovigliare collettivo che alla fine riempie solo le tasche dei venditori ambulanti e dei giostrai.

Viva la festa patronale

 

Ad maiora semper 

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