Il COTTÌO di NATALE: TRADIZIONE DI UNA ROMA PERDUTA
Come regalo per le feste natalizie desidero raccontarvi, magari vicino al caminetto, di una tradizione romanesca che ben pochi dei cosiddetti “Romani de Roma” conoscono: Il Cottìo.
Il Cottìo, che deve il suo nome al termine latino medievale coctigium, nasce intorno al XII° secolo ed era la tradizionale compravendita all’asta del pesce all’ingrosso che ogni giovedì iniziava nelle primissime ore del mattino con il pescato che è arrivava fresco dai porti di Anzio e Civitavecchia. La vendita era una seria contrattazione fatta dai cottiatori che battevano l’asta nei confronti dei pescivendoli al minuto e dei padroni di osterie e taverne, con un gergo quasi incomprensibile all’uomo della strada.
Il Cottìo nei secoli subì vari traslochi. Ai tempi dello Stato Pontificio si teneva al Portico d’Ottavia nel ghetto di Roma poi, dopo l’Unità d’Italia, per motivi di igiene venne trasferito a San Teodoro nei pressi del Circo Massimo, in modo che la merce passasse da Porta San Paolo senza attraversare il centro città (non dimentichiamo che in quei tempi il trasporto e conservazione avvenivano con mezzi molto più precari di oggi). Infine, nel 1927 questo mercato venne abolito e assorbito dai Mercati Generali.
Il Cottìo però, una volta l’anno, in occasione delle feste natalizie, si trasformava e diventava uno spettacolo, una festa per tutti i romani. Mia madre e soprattutto mia nonna, romane veraci come il sottoscritto, in occasione del Natale spesso si si sono soffermate a parlarmi di questo Cottìo, antica tradizione da loro più volte vissuta e goduta, una vera e propria immersione nella quotidianità gastronomica della capitale.
Il 23 dicembre iniziava il primo atto della grande rappresentazione natalizia e tutto cambiava: il Cottìo diventava il mercato del pesce a cui nessun romano poteva mancare perché era il più folcloristico appuntamento dell’anno.
I non romani tengano conto che il cenone della vigilia era, e in parte ancora considerato, uno dei più importanti eventi mangerecci dell’anno in risposta alla Chiesa che imponeva al popolo di adempiere al precetto dell’astinenza sino al tramonto per poi nutrirsi di magro rinunciando ad ogni tipo di carni per non incorrere nella “miscredenza” come si diceva una volta.
Alle prime luci dell’antivigilia il popolo di Roma si recava in massa al Cottìo per l’acquisto del pesce, elemento cardine per il cenone della Vigilia,
fino a l’esaurimento della merce o comunque sino alla mezzanotte dello stesso giorno. L’atmosfera, sempre vivace, in questo periodo diventava ancora più frenetica e gli occhi del pubblico si perdevano tra tutta la meravigliosa merce fresca esposta.
Trattandosi di pesce, almeno all’inizio della giornata i prezzi erano piuttosto sostenuti, per cui in queste prime ore il cottìo era riservato agli incaricati di cucina delle case nobiliari e degli alti prelati: sulla tavola della loro vigilia di Natale non poteva mancare il pesce fresco più pregiato e costoso, specialmente anguille, capitoni e tonno. Spessissimo si vedevano i nobili stessi e le classi più abbienti girare tra i banchi con tutta la famiglia, ben vestita, perché il cottìo era anche ritenuto una vetrina sociale in cui mostrarsi ricchi e spendaccioni.
I popolani erano già presenti in massa, ma solo per godersi lo spettacolo di un ambiente rumoroso e allegro, perché i meno abbienti si avvicinavano ai banchi solo verso la fine della giornata, per acquistare il pesce che gli altri avevano disdegnato e che veniva loro venduto a prezzo più basso perché scadente o danneggiato. Spesso la “plebe” s’indirizzava sul pesce conservato più a basso costo come baccalà, aringhe e acciughe sotto sale o il novellame marinato o fritto e condito con aceto, olio e peperoncino ed altre prelibatezze che allora erano a buon prezzo.
Poteva anche capitare che nelle ultime ore di mercato il pesce residuo venisse addirittura regalato perché al pescivendolo “portava male” non terminare tutta la merce esposta sul banco. In ogni caso, per chi si recava al cottìo senza avere la possibilità di acquistare, la consolazione certa era quella di poter mangiare gratis un cartoccio di pesciolini fritti offerto per tradizione dagli stessi pescivendoli.
Mentre sulla tavola dei nobili e dell’alto clero oltre al pesce ci si abbuffava anche con funghi, grosse olive e frutta locale di prima scelta, nonché dolci ricchi di spezie, frutta candita, zucchero e miele (al tempo molto costosi) e, ovviamente, il vino migliore e del buon olio d’oliva non potevano essere assenti. Per contro le classi più povere utilizzavano sugna, strutto e lardo, inoltre al pesce più povero affiancavano le verdure di stagione (cardi, cavoli e carciofi) per una ricca frittura pastellata e, per finire, un’insalata di puntarelle come comanda la tradizione.
“Prima da entrà er gallinaccio, poi l’abbacchio,
L’oliva dorce, er pesce de Fojjano,
L’ojjio, er tonno, l’anguilla de Comacchio.
Insomma, inzino a nnotte, a mmano ammano,
Te lli tt’accorgerai, patron Ustacchio,
cuant’è ddivoto er popolo romano.”
(Giuseppe G. Belli – La Viggija de Natale – 1832)
Oggi, queste tradizioni si sono perdute e, come ogni tipicità, dimenticate, ma risiedono ancora nella memoria di alcuni vecchi e nostalgici romani.
Non so se anch’io faccio parte della categoria, ma richiamare alla memoria dei momenti della nostra cultura popolare è un modo per ricordarci quel poco che non abbiamo ancora perso: il nostro essere festosi, caciaroni, ’nsomma romani!
Ad majora semper
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