
IL VESCOVO “DEPRESSO” MOLLA TUTTO E SI SPOSA
Cari lettori, anche questa settimana la cronaca mi dà occasione per proporre qualche riflessione.
Il fatto
Un anno fa il vescovo tedesco Reinhold Nann aveva dato le dimissioni dal suo incarico in Perù per apparenti motivi di salute, ma soltanto di recente la vicenda è venuta a galla nella sua realtà. Il vescovo aveva da tempo una relazione segreta con una donna peruviana, ed a un certo punto, stanco dei sotterfugi, ha deciso di sposarla per il momento con rito civile, ma chissà che una volta ricevuta la dispensa da papa Leone non ci possa essere anche una cerimonia religiosa. Ora che si è tolto questo peso, l’ex vescovo 65enne, critica duramente il celibato.
Questa vicenda ha riportato in superficie la ormai atavica questione del celibato dei preti. In particolare in Germania, come pure negli Stati Uniti, la questione del celibato è anche legata alla miriade di scandali e abusi sessuali da parte del clero “celibe” che da tempo sono al centro di tante tensioni. Oltre gli stellari risarcimenti danni a favore delle vittime degli abusi negli ultimi anni ci sono stati anche una serie di “danni collaterali” che hanno “agitato” le diocesi favorendo lo svuotamento dei seminari provocando la ormai cronica carenza di clero e la laicizzazione dei fedeli.
Ma quando e perché fu istituito il celibato obbligatorio per i preti?
Molti di voi conoscono la mia passione per la storia ed in particolare per il Cristianesimo antico sul quale ho scritto anche un libro (Terra Promessa) per cui, assieme a voi, mi piace fare un salto indietro nel tempo per risalire alle origini del problema.

Per l’amministrazione della chiesa i primi cristiani non prendevano neanche in considerazione le persone celibi come, ancor oggi avviene nelle chiese ortodosse e protestanti. In tal senso San Paolo trovò necessario scrivere a Timoteo, tra il 64 e il 65 d. C. dalla Macedonia, una prima lettera contenente le istruzioni su come amministrare la chiesa, indicando i requisiti per i pastori e i diaconi: “Se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. 2Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, 3non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. 4Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi, 5perché, se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? 8Allo stesso modo i diaconi siano persone degne e sincere nel parlare, moderati nell’uso del vino e non avidi di guadagni disonesti, 9e conservino il mistero della fede in una coscienza pura. 11Allo stesso modo le donne siano persone degne, non maldicenti, sobrie, fedeli in tutto. 12I diaconi siano mariti di una sola donna e capaci di guidare bene i figli e le proprie famiglie.”
Per secoli i cristiani rimasero ligi alle istruzioni di San Paolo, ma dopo il Concilio di Nicea (anno 325), pur continuando a ordinare uomini sposati si cominciò a chieder loro la continenza prima delle celebrazioni liturgiche. Dunque il ministero religioso continua ad essere compatibile con la vita coniugale, ma la castità comincia ad essere considerata una virtù, per cui il prete avrebbe dovuto esercitare la continenza pur continuando a convivere con la propria moglie. Una disposizione decisamente difficile da rispettare e tanto più ardua da controllare. Vero è che nei secoli successivi tali prescrizioni continuano ad essere amabilmente ignorate e tra i “bambini virtualmente non autorizzati” nati da preti e vescovi figurano persino papi e santi importanti. Alcuni esempi: San Gregorio Naziazieno patriarca di Costantinopoli era figlio di un vescovo; san Patrizio era figlio di un diacono e nipote di un prete; Teodoro, papa dal 642 al 649, era figlio del vescovo di Gerusalemme; Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, proveniva addirittura da un’intera dinastia di pontefici, mentre Ormisda, papa dal 514 al 523, venerato come santo, aveva un figlio, anch’esso santo, Silverio, che diventò a sua volta papa nel 537.
Con l’avvento dello STATO PONTIFICIO, figlio legittimo del Potere temporale della Chiesa, le alte gerarchie imposero in modo definitivo il divieto di matrimonio a coloro che prendevano i voti. Perché?
Un sacerdote con moglie e figli, alla sua morte trasmetteva per eredità alla propria discendenza i propri beni, compreso il patrimonio ecclesiastico, trasformando così parrocchie e monasteri in possedimenti familiari, al pari dei possedimenti feudali impoverendo e disperdendo il patrimonio della Chiesa.
I Concili Lateranensi del 1123 e del 1139, segnarono il punto di non ritorno. Papa Gregorio VII e i suoi successori risolsero il problema:
Il celibato degli ecclesiastici impedirà che ci siano eredi legittimi,
pertanto il patrimonio resterà per sempre nelle mani della Chiesa.

Apparenza e realtà
Per dare una parvenza religiosa alla norma, il celibato venne proposto come segno di maggiore santità e totale dedizione a Dio, tuttavia, la misura fu in gran parte disattesa. La gran parte dei sacerdoti, in barba alla totale dedizione a Dio, continuarono a convivere con le loro mogli o a mantenere le loro concubine ma i figli, ovviamente non riconosciuti, ufficialmente vennero chiamati “nipoti”, ma le proprietà restavano nelle mani della Chiesa. Non a caso nacque la parola “nepotismo”, dal latino nepotes (nipoti), per l’usanza di avvantaggiare in ogni modo questi figli non ufficiali.
Le cronache medievali sono piene di denunce sulla difficoltà di applicare la norma nella pratica e sulla differenza abissale tra le apparenze e la realtà. C’erano molte cariche cardinalizie e diversi papi, pieni di “nipoti”. Forse il caso più conosciuto è quello di papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) con i suoi figli Cesare e Lucrezia, ma questo era solo la punta di un iceberg. La gran parte dei grandi prelati si preoccuparono soltanto di comportarsi in modo più discreto rispetto ai Borgia.
Tornando all’attualità, è comunque importante sottolineare che tra il voto di castità dei monaci e dei frati e la “promessa di celibato” dei preti c’è un’enorme differenza: il primo è una libera scelta costitutiva della dimensione religiosa a cui si ambisce, la seconda è una regola imposta e molto spesso non condivisa. Inoltre questa obbligatorietà non si estende a tutta la cristianità. Nelle Chiese orientali di rito cattolico orientale è consentito ai sacerdoti sposarsi prima dell’ordinazione, come pure nel rito ortodosso si ordinano preti solo uomini sposati, mentre i vescovi vengono scelti esclusivamente tra i monaci: in Oriente abbiamo quindi un clero sposato e una gerarchia ecclesiale celibe.
Oggi, all’interno del cattolicesimo il celibato è diventato uno dei grandi temi di dibattito:
perché l’amore per Dio e per una donna non dovrebbero essere compatibili?

Sino agli anni settanta del secolo scorso la sessualità era appannaggio quasi esclusivo della vita matrimoniale mentre oggi in una società totalmente laicizzata, dove la verginità meraviglia più dell’adulterio e la gran parte del sesso si pratica al di fuori del matrimonio, ci vuole tanta ipocrisia a dichiarare che un prete possa vivere la sua realtà praticando la castità per cui l’insistenza della Chiesa a mantenere il celibato per il clero sta destabilizzando la sua stessa struttura.
Lo stato pontificio è stato abolito da oltre 150 anni ma il patrimonio della chiesa continua ad essere una realtà. All’interno dell’amministrazione apostolica tutti sanno che ci sono due correnti di pensiero: la più conservatrice che da sempre propone lo “status quo” e la progressista che giorno dopo giorno si rende conto che la Chiesa sta rischiando il collasso perché i seminari sono vuoti ed è sempre più ampio il numero di preti che chiedono la dispensa papale perché desiderano sposarsi.
Ancora una volta saranno le ragioni pratiche che prevarranno su quelle teologiche
e presto la Chiesa sarà “costretta” ad abolire il millenario divieto.
Ad maiora semper
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