UN ANNO SENZA PAPA FRANCESCO: RICORDI E NUOVE ROTTE DI LEONE XIV

Racconto di Paolo Tittozzi – 4 minuti di lettura
          Papa Francesco è morto alle 7:35 del 21 aprile nella sua residenza a Casa Santa Marta, in Vaticano. Il pontefice aveva 88 anni ed era convalescente dopo il lungo ricovero al Policlinico Gemelli per polmonite bilaterale.
           Della Pasqua dell’anno scorso resta il sapore di un’immagine che non si lascia archiviare.
Papa Francesco attraversa lentamente Piazza San Pietro sulla papamobile, tra ali di folla che applaude ma percepisce in lui qualcosa di diverso: il volto più scavato, i gesti misurati, lo sforzo evidente dietro ogni sorriso. Non rinuncia al giro tra i fedeli anche se il corpo tradisce la fatica. È un’apparizione breve, essenziale, quasi sospesa. La voce è meno forte, ma lo sguardo è vigile, come se volesse trattenere ancora per un momento quel contatto diretto che ha definito tutto il suo pontificato.
          Nel Lunedì dell’Angelo arriva la notizia: la morte del Pontefice. Una fine improvvisa nella sua semplicità, quasi in continuità con quello stile che lo aveva portato sempre tra la gente. La Pasqua del giorno prima resta il suo congedo: fragile, umano, profondamente coerente.

          Francesco, il Papa che voleva una “Chiesa povera per i poveri”

Così si è chiuso un pontificato che aveva cambiato le priorità della Chiesa, rimettendo al centro le periferie, gli emarginati e le storie dimenticate.

          È stato il primo papa proveniente dall’emisfero Sud del mondo, Il primo papa gesuita, il primo papa a scegliere di farsi chiamare Francesco e a portare in Vaticano la filosofia del santo di Assisi, il primo papa a scrivere un’autobiografia.
La mia gente è povera e io sono uno di loro“, ebbe a dire una volta per spiegare la scelta di muoversi per Buenos Aires con i trasporti pubblici invece che con l’autista, di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo nonostante che il suo ruolo prevedesse la possibilità di vivere nella residenza episcopale.
Papa Francesco fin dai primi giorni del suo pontificato mette in pratica quanto annunciato sulla sua idea di riforma della Chiesa e della figura stessa del pontefice, adottando uno stile di vita in rottura con il lusso e le prassi vaticane: la sua scelta di risiedere a Santa Marta piuttosto che nella residenza papale, il semplificare il suo abbigliamento e persino il suo rito funerario, considerati da lui troppo sfarzosi. Un leader votato alla giustizia sociale, che non si è lasciato corrompere dal potere ma ha anzi portato in Vaticano tutta l’umiltà della sua storia e della sua esperienza di pastore di un Paese povero, donando nuova centralità alla misericordia e alla cura dei disadattati.
          La sua figura carismatica ha segnato un’epoca, imprimendo una svolta significativa non solo nella Chiesa, ma nella percezione del ruolo del Papa da parte della gente comune: con lui il papa è tornato ad essere non solo un’autorità spirituale ma un vero e proprio leader mondiale.

          Francesco e Leone XIV: due Papi, una missione globale

          Con l’elezione di Papa Leone XIV, al secolo Robert Prevost, un altro americano, ma di un’America diversa, la Chiesa ha voluto voltare pagina senza rompere traumaticamente con il passato.
Il confronto tra i due Papi è inevitabile, ma volerlo ridurre alla differenza tra un Papa gesuita e uno agostiniano rischia di essere una banale semplificazione, ma le differenze si vedono e non derivano soltanto dalla loro diversa tradizione religiosa.
Gli Agostiniani sono una grande congregazione missionaria, e lo stesso Papa Leone durante la sua vita ha ricoperto per due mandati la carica di Superiore Generale dell’Ordine degli Agostiniani, viaggiando in tutto il mondo, anche in luoghi dove Francesco non è mai stato. Il tema delle frontiere, dell’apertura del mondo, è un tema che lo riguarda molto da vicino.
Leone XIV è il primo Papa nella storia della Chiesa ad aver vissuto da missionario. Quando è stato eletto abbiamo visto di lui immagini molto forti che lo ritraevano mentre arrivava nei villaggi più remoti: una traiettoria che rende il suo profilo, per certi aspetti, inedito.

          Comunicazione: la spontaneità contro la misura

 È evidente un cambio di ritmo, prima ancora che di contenuto.

          Papa Francesco parlava come pensava: diretto, istintivo, aveva una comunicazione più immediata, parlava spesso a braccio, con espressioni colorite, ad esempio quando diceva di preferire una “Chiesa incidentata a una Chiesa malata” era capace di trasformare ogni intervento in un messaggio immediato e riconoscibile.
            Con Papa Leone XIV il passo è cambiato: i toni sono più riflessivi, il linguaggio più controllato, felpato, ogni parola è pesata con il bilancino del farmacista. Papa Leone XIV è ritornato a una Chiesa istituzionale che prevede un altro modo di comunicare adatto soprattutto sul piano diplomatico. Forse non sarà una perdita di forza, ma certamente un diverso modo di esercitarla: un Papa meno mediatico, più strutturato che tanto ci ricorda Papa Benedetto XVI.

          Guerra e pace: Una Chiesa più vicina alle persone o più istituzionale?

          Papa Francesco era un vero leader mondiale, però non ha avuto il tempo di fermare la deriva: Papa Francesco aveva da tempo parlato di “Terza guerra mondiale a pezzi” usando un linguaggio profetico e diretto.
          Papa Leone XIV adotta toni apparentemente più sobri, ma non meno incisivi, infatti se leggiamo i testi dei suoi interventi sulla guerra, non sono affatto prudenti. Quando parla di “pace disarmata”, oggi, dice una cosa molto precisa in questo contesto, ma è innegabile che, da un punto di vista comunicativo, Papa Leone sia meno mediatico, molto più abituato ad utilizzare i canali della diplomazia pontificia.
          Oggi però la pace ha bisogno di un messaggio profondamente controcorrente, pertanto quale comunicazione sarebbe utile oggi?
È ancora necessaria l’irruenza di Francesco o è arrivato il momento di lasciare tutto in ombra e far parlare sottovoce le ambasciate e le diplomazie?

          I viaggi del Papa

          Anche i viaggi di Papa Francesco erano spesso gesti simbolici forti, scelti per accendere i riflettori su realtà dimenticate e questi che sta facendo Papa Leone XIV in questi giorni sono quelli già programmati dal suo predecessore. Il primo è stato in Libano e poi quello in Turchia adesso è appena partito dall’Algeria dove la presenza dei cristiani non è facile. Il fatto che sia proprio un Papa agostiniano a ricordare la tradizione di Sant’Agostino nato e vissuto in Algeria e figura ponte tra le due rive del Mediterraneo è singolare. Stanno seguendo l’Africa subsahariana, il Camerun, l’Angola, la Guinea Equatoriale in un contesto globale segnato da migrazioni e nuovi equilibri. Forse saranno proprio i viaggi che compirà Papa Leone XIV a darci la chiave per farci comprendere il suo racconto del mondo.
          È un fatto che dopo un pontificato carismatico ma divisivo come quello di Francesco che ha avviato più processi di quanto la sua vita gli avrebbe consentito di portare a compimento e adesso il nuovo Papa, avendo ricevuto quest’enorme eredità ha il compito di portare a termine tutti questi progetti nel nome della tradizione. Sarà possibile?
            È di questi giorni l’affondo senza precedenti che il Papa ha ricevuto da Trump: “È un debole” ha scritto sui suoi social, al quale Leone ha risposto: “Non mi fa paura, continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra”.

          Teheran è però solo l’ultimo dei fronti di contrasto tra Trump e Leone perché i primi screzi sono nati alcuni mesi or sono quando Leone ha criticato  il comportamento della Casa Bianca che ha consentito raid indiscriminati nei confronti degli immigrati regolari nelle maggiori città americane, compresa anche la Chicago di Robert Prevost.
            Dunque Leone XIV sta cercando di fare sintesi e un anno è certamente poco per trarre delle conclusioni.

Non ha ancora scritto un’enciclica: il suo pontificato è tutto da costruire. I risultati li vedremo col tempo.

 

Ad majora semper

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